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reportage di Antonella Pino d’Astore


C’è un’idea diffusa, quasi un cliché, secondo cui chi sceglie Tenerife lo fa per “ritirarsi”, per rallentare, per aspettare.
E invece no. Qui, almeno per me, il paradiso può attendere.

Io vivo a Playa Paraíso, nel sud di Tenerife, da circa tre anni. Ma il mio legame con le Canarie è iniziato nel 2018, con una semplice vacanza. Una di quelle che ti cambiano prospettiva.

Poi è arrivato un dottorato presso l’Università di La Laguna, il trasferimento della mia attività giornalistica online e, successivamente, la collaborazione con Ciesse Radio Canarie/Italia e Canarie News.

Oggi questa non è solo una destinazione. È una seconda vita.

Tenerife, second life: il paradiso può attendere
Tenerife, second life: il paradiso può attendere

Una comunità tra oceano, luce e incontri

Vivo proprio accanto all’Hard Rock Hotel Tenerife, tra due spiagge, a pochi passi da Callao Salvaje. Un paseo costeggia l’oceano e conduce fino a punti panoramici dove i tramonti sembrano dipinti.

Le giornate qui sono piene. Piene di luce, di colori, di tempo vissuto davvero.
Dopo il lavoro — perché sì, qui si lavora, e tanto — resta ancora un intero pomeriggio luminoso davanti a noi.

Ed è proprio in quelle ore che accade qualcosa di speciale.

Si crea comunità.

Tenerife, second life: il paradiso può attendere
Tenerife, second life: il paradiso può attendere

Nessun confine, solo storie

A Playa Paraíso le nazionalità si mescolano senza sforzo: italiani, spagnoli, belgi, estoni, lettoni, fiamminghi, scozzesi, americani. Qui non esistono confini, ma connessioni.

È qui che ho riscoperto una parte di me: quella di “aggregatrice seriale”.

Prima di diventare giornalista, mi sono laureata in Scienze Motorie a Urbino e ho lavorato a lungo nel fitness. Così, quasi per gioco, ho proposto a un gruppo di amiche un corso di ginnastica.

È diventato molto di più: un momento di benessere, condivisione, leggerezza. Un modo per stare insieme e, almeno per un’ora, mettere da parte tutto il resto.

Ma questa non è solo la mia storia.

Paraiso del Sur: una comunità che racconta il mondo

La vera anima di questo luogo sono le persone.

C’è Pino, siciliano cresciuto in Belgio, che ci racconta di Marcinelle e dei minatori, di una tragedia sfiorata per via della sua giovane età. A 52 anni ha riscoperto la musica, e oggi, a 78, suona la chitarra con una passione contagiosa. Nei nostri pomeriggi, la sua musica si intreccia con i tramonti sull’oceano, mentre sua moglie Lucia — belga con radici salentine — parla con un dolcissimo accento francese.

Ci sono Umberto e Didi, entrambi geologi, ufficialmente in pensione ma instancabili: sono il nostro punto di riferimento per qualsiasi questione pratica o condominiale.

C’è Patricia, fiamminga, elegante e solare, che nella sua città gestisce un negozio di abbigliamento e qui diventa la nostra consulente di stile.

Carla e Luisa, dalla Lombardia, ci guidano nel mondo dell’escursionismo, trasmettendoci la passione per il senderismo tra i paesaggi vulcanici dell’isola.

E poi c’è Alberico, medico in pensione. Ma si sa, il camice non si appende mai davvero: la sua presenza discreta è una sicurezza per tutti noi.

Raffaella, ex dipendente pubblica, dedica il suo tempo al volontariato, mentre suo marito, sommelier, è sempre pronto a suggerire il vino perfetto per le nostre serate in una tipica tasca canaria.

Estrella con il marito e la figlia ti accolgono con calore e serenità; vengono dalla Galizia e spesso ci raccontano del Cammino di Santiago di Compostela che ha inizia proprio dalla loro terra d’origine. Un giorno andrò anche io a trovarli e intraprendo lo storico Cammino.

E poi Tatiana, lituana, che lavora in smart working e con cui condivido lunghe passeggiate lungo l’oceano, raccontandoci le nostre vite, i nostri Paesi, le nostre scelte.

Tenerife, second life: il paradiso può attendere
Tenerife, second life: il paradiso può attendere

Una seconda vita, non una fuga

Potrei continuare ancora a lungo.
La comunità di Paraiso del Sur è vasta, viva, sorprendente.

Ed è proprio questa varietà — questa multietnicità spontanea — a renderla unica.

Qui non si viene per fuggire.
Si viene per ricominciare, per reinventarsi, per vivere con più intensità.

Complice il clima, la luce, il ritmo dell’isola, ci scopriamo più aperti, più connessi, più umani.

E forse è proprio questo il senso del titolo:
il paradiso può attendere… perché la vita, qui, sta accadendo adesso.

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