La calima che ha fatto la storia delle Canarie e la nuova era della calima
Un fenomeno tipico ma sempre discusso

La calima può manifestarsi anche sotto forma di tempeste di sabbia. Le particelle più pesanti tendono a depositarsi vicino al punto di origine, mentre quelle più sottili possono viaggiare per centinaia o addirittura migliaia di chilometri, spinte dai venti caldi meridionali, come lo Scirocco.
L’effetto più immediato e visibile è la drastica riduzione della visibilità — talvolta fino a pochi chilometri — con un cielo che perde il suo tradizionale azzurro limpido. Ma l’aspetto più preoccupante riguarda la salute: irritazioni a occhi, naso e gola, aumento delle allergie e aggravamento di patologie respiratorie come asma e broncospasmi. Per chi soffre di problemi respiratori, anche lievi, questi episodi possono risultare particolarmente pesanti.
Non sorprende quindi che la popolazione dell’arcipelago si mostri sempre più insofferente verso questo fenomeno, soprattutto quando si presenta con intensità eccezionale.
Più intensa, ma non più frequente
Secondo uno studio condotto dall’Universidad de Las Palmas de Gran Canaria (ULPGC) in collaborazione con l’Agencia Estatal de Meteorología (AEMET), gli episodi di calima negli ultimi 42 anni non sono aumentati in numero. Il dato sorprendente è un altro: gli eventi risultano oggi mediamente più intensi rispetto al passato.
Questa maggiore intensità si traduce in concentrazioni di particolato molto elevate. Il valore considerato soglia di contaminazione è di 50 µg/m³ di PM10, mentre in condizioni normali i livelli restano sotto i 20 µg/m³. Tuttavia, durante alcuni episodi eccezionali, i numeri hanno raggiunto cifre impressionanti.
Il record del febbraio 2020
Un caso emblematico è quello del 22 e 23 febbraio 2020.
Il 22 febbraio, la stazione di Santa Cruz de Tenerife registrò valori di quasi 1600 µg/m³, ben oltre la soglia di contaminazione. A Gran Canaria si raggiunse un picco di 1872 µg/m³, secondo le misurazioni effettuate dal ricercatore Sergio Rodríguez.
Ma il dato più eclatante arrivò il 23 febbraio, quando dall’osservatorio di Izaña — Centro di Ricerca Atmosferica situato a Tenerife — vennero registrati valori superiori ai 3000 µg/m³. Si tratterebbe della concentrazione più alta misurata negli ultimi trent’anni nell’arcipelago.
Per confronto, altri episodi rilevanti si verificarono:
- il 12 febbraio 1998 (1300 µg/m³)
- il 6 gennaio 2002 (1862 µg/m³)
Il 2020, dunque, ha segnato un punto di riferimento nella memoria collettiva recente delle Canarie.
Un fenomeno che fa parte dell’identità dell’arcipelago
La scomparsa della calima dipende dai cambiamenti della pressione atmosferica, che possono portare vento o precipitazioni — queste ultime piuttosto rare soprattutto nella fascia sud di Tenerife.
Che piaccia o meno, la calima è parte integrante dell’identità delle Isole Canarie. Avvolge l’arcipelago in un’atmosfera sospesa, quasi irreale, nascondendo le coste fino all’ultimo momento e restituendo al viaggiatore la sensazione di un tempo lontano, quando l’avventura iniziava all’orizzonte.
Ma oggi, più che il fascino, a far discutere è la sua intensità crescente — un elemento che continua a richiamare l’attenzione di scienziati, autorità e cittadini.
Calima alle Isole Canarie: meno frequente di 42 anni fa, ma sempre più intensa
Non si può parlare delle Isole Canarie — e in particolare di Tenerife — senza affrontare un tema che accomuna residenti e turisti: la calima, conosciuta in tedesco come Trockener Dunst.
Si tratta di un fenomeno meteorologico caratterizzato dalla presenza nell’atmosfera di minuscole particelle di polvere, sabbia, cenere o argilla in sospensione. Nelle Canarie, l’origine principale è l’intrusione di polveri sahariane trasportate dai venti provenienti dall’Africa. In alcuni casi, la presenza di particelle può essere accentuata da fumo e ceneri derivanti da incendi, spesso di origine antropica.
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