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Al “TEMPO” DEI ROMANI Il calendario romano e la suddivisione del tempo

Secondo la tradizione, il calendario romano fu instaurato da Romolo nel 753 a.c. alla fondazione di Roma per poi essere riformato da Numa Pompilio, secondo Re di Roma, che, dopo la bellicosa esperienza del regno di Romolo, seppe con la sua saggezza fornire un saldo equilibrio alla nascente città durante i suoi ininterrotti 43 anni di regno.

Numa morì ottantenne, ricordato non solo per l’assenza di guerre a lui ascritte , bensì per una serie di riforme fondamentali tese a consolidare le istituzioni della nuova città.

A lui si deve anche una riforma del calendario, basato sui cicli lunari, che passò da 10 a 12 mesi di 355 giorni, con l’aggiunta di gennaio, ( dedicato a Giano, dio romano raffigurato con due volti) e febbraio , (che deriva dal verbo februare = purificare o rimediare agli errori, in onore del dio etrusco Februus e della Dea romana Febris)

Mesi che furono posti alla fine dell’anno, dopo dicembre, dato che l’anno iniziava con il mese di marzo: da notare tuttora la persistenza di somiglianze dei nomi degli ultimi mesi dell’anno con i numeri (settembre, ottobre, novembre, dicembre). Il calendario conteneva anche l’indicazione dei giorni fasti e nefasti, durante i quali non era lecito prendere alcuna decisione pubblica.

L’anno così suddiviso da Numa, non coincideva però con il ciclo lunare, per cui ad anni alterni veniva aggiunto come tredicesimo ed ultimo mese il mercedonio, composto da 27 giorni, togliendo a febbraio 4 o 5 giorni; era il collegio dei pontefici a decidere queste compensazioni, alle volte anche sulla base di mere convenienze politiche.

Nel calendario romano venivano individuati tre giorni che avevano una loro particolarità. Il primo era il giorno delle calende, da cui deriva la parola calendario ed individuava il primo giorno di ogni mese.

Gli altri due erano le none e le idi, mobili a seconda della durata del mese: in marzo, maggio, quintile e ottobre, le none cadevano il settimo giorno e le idi il quindicesimo giorno, mentre negli altri mesi esse cadevano il quinto ed il tredicesimo giorno.

Questo sistema era in origine basato sulle fasi lunari: le calende erano il giorno della luna nuova, le none erano il giorno del primo quarto (mezza luna), le idi il giorno della luna piena.

Il calendario di Numa Pompilio venne riesaminato nel 46 a.C quando ad essere pontefice massimo era Giulio Cesare.

Il calendario giuliano eliminò il mese alterno mercedonio, fissò la durata dell’anno in 365 giorni, introdusse l’anno bisestile e nel 44 a.C. cambiò il nome al mese Quintilis ribattezzandolo Iulius in onore a Giulio Cesare.

Il suo successore Augusto completò il calendario giuliano nell’ 8 a.C, rinominando il mese Sextilis in Augustus in onore a sé stesso e per commemorare la propria prima nomina a Console avvenuta in quel determinato mese.

Il calendario ufficiale di Roma

Questo fu da allora il calendario ufficiale di Roma e dei suoi domini e successivamente il suo uso si estese a tutti i Paesi d’Europa e d’America, man mano che venivano cristianizzati o conquistati dagli europei.

Rispetto all’anno astronomico, il calendario giuliano accumulava un piccolo ritardo ogni anno fino ad arrivare a circa 10 giorni nel XVI secolo.

Per questo, nel 1582,  venne sostituito dal calendario gregoriano per decreto di papa Gregorio XIII.

Nonostante l’introduzione del nuovo sistema , alcune popolazioni continuarono a utilizzare il calendario giuliano ben oltre tale data, adeguandosi poi in tempi diversi , fino al secolo scorso.

Alcune Chiese ortodosse tuttora usano il calendario giuliano come proprio calendario liturgico: motivo per cui presso alcune Chiese ortodosse il Natale viene festeggiato il 7 gennaio invece del 25 dicembre.

Il calendario giuliano è tuttora alla base del calendario berbero nordafricano.

La settimana dei Romani, così come degli Etruschi, era composta da otto giorni, i quali erano contrassegnati con le lettere dalla A alla H.

La settimana veniva chiamata ciclo nundinale ed era cadenzata dai giorni di mercato, che si svolgevano ogni otto giorni.

Essi erano le cosiddette nùndine (dal lat. nundinae, composto da novem nove e dies giorno]) da cui l’aggettivo nundinale per scandire la periodicità settimanale di “nove giorni” (dovuta al conteggio “tutto incluso” dei Romani, laddove oggi diremmo “periodicità di otto giorni”). Il ciclo nundinale scandiva la vita romana: il giorno di mercato era quello nel quale la gente di campagna andava in città per vendere i propri prodotti e la gente di città acquistava i viveri necessari per alimentarsi fino alle successive nundine.

Il giorno di mercato aveva una tale influenza che fu approvata una legge nel 287 a.C. (la Lex Hortensia) che vietava i comizi e le elezioni in quel giorno, sebbene consentisse lo svolgimento delle cause giudiziarie.

Agli inizi del periodo repubblicano vigeva la superstizione che portasse sfortuna cominciare l’anno con un giorno di mercato: il pontefice massimo, a cui spettava la gestione del calendario, adottava le opportune misure per evitare che ciò accadesse.

La settimana di sette giorni

Il ciclo nundinale venne successivamente sostituito dalla settimana di sette giorni, entrata in uso agli inizi del periodo imperiale, dopo l’avvento del calendario giuliano.

Il vecchio sistema di lettere nundinali viene comunque utilizzato ancora oggi, riadattato per la settimana di sette giorni , come è consuetudine per la lettera dominicale usata tuttora nel calendario ecclesiastico per calcolare la Pasqua.

Per quasi un secolo la settimana e il ciclo nundinale degli otto giorni coesisttetero, ma quando Costantino I nel 321 d.C. istituì ufficialmente la settimana, il ciclo nundinale non era ormai più in uso. Costantino sostituì la dies solis (giorno del sole) con la dies dominica (giorno del Signore), effettuando un compromesso tra mondo pagano e mondo cristiano. Infatti, la durata di sette giorni corrispondeva alle attese dei cristiani, che ottenevano l’ufficializzazione della settimana ebraica, mentre ai giorni venivano dati i nomi degli dei pagani.

I cristiani numerarono i propri giorni ( feria secunda, tertia, quarta, quinta, sexta) ad eccezione della domenica e del sabato, considerati rispettivamente primi e ultimo giorno della settimana.

Tuttora in Portogallo e in Brasile si utilizza lo stesso sistema cristiano-romano denominando segunda-feira il martedì , terçeira-feira il mercoledì, quarta-feira il giovedì e sexta-feira il venerdì.

Nell’antica Roma, quando non si sapeva ancora cosa fossero i secondi e i minuti ed il concetto di “ora” non era così preciso , si misurava il trascorrere del tempo con l’ombra delle meridiane, con la sabbia delle clessidre o con lo scorrere dell’acqua.

I Romani iniziavano a contare le ore dall’alba al tramonto del sole (effemeridi), dividendo il periodo di luce in 12 horae.

Questa procedura non considerava la differenza di molti minuti tra il giorno invernale e quello d’estate, con la conseguente variabilità della durata dell’ora.

Equinozio e solstizio

In pratica l’hora romana coincideva all’ora moderna di 60 minuti solo durante l’equinozio. Al contrario, nel solstizio d’inverno l’hora era assi più breve e nel solstizio estivo essa durava molto in più.

Il mezzogiorno era identificato con meridies o l’hora sexta, mentrel’hora prima segnava l’alba e l’hora duodecima indicaval’ultima ora di luce al tramonto.

Una notte era formata da quattro vigiliae di tre ore ciascuna che cominciavano al tramonto e terminavano col sorgere del sole.

La prima vigilia era chiamata “Vespera“, la seconda “Media-nox”, la fine della terza era detta “Galicinium“, dal canto del gallo, e l’ultima”Conticinium, contata dal tempo del silenzio, ossia dal tacere del gallo: la “Vesperasarebbe dunque equivalente al tempo intercorrente tra le ore 18 e le 21.

Articolo del S.Tenente Pil. CC. Pil. cpl  (r)  Giuseppe Coviello

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Nelle immagini: Frammento marmoreo del Calendario Romano e Meridiana romana

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